I finalisti del Premio Estense 2021: intervista a Giancarlo e Alberto Mazzuca

Intervista a Giancarlo e Alberto Mazzuca, autori de “Gianni Agnelli in bianco e nero” e finalisti della 57^ edizione

La passione sfegatata per i colori della Juventus non è la novità e non è il punto di partenza del libro. Il “bianco e nero” del titolo è per dire luci e ombre, aspetti noti e meno noti di un grande capitano di impresa come Gianni Agnelli. Che nasceva proprio il 12 marzo di cent’anni fa. 

Il primo rimando inconscio del titolo è per la fede calcistica. In realtà, leggendo il libro, quel “bianco e nero” ha un significato più profondo.  
“Sì, il titolo del libro ricorda indirettamente la sua passione per la Juventus. In effetti, l’Avvocato è stato un allenatore a tutto campo: della Fiat ma anche della squadra bianconera di cui è stato presidente. In realtà, il titolo del libro ha un significato più profondo perché cerca di sviscerare il personaggio a 360 gradi con gli aspetti positivi ma anche con qualche ombra: Gianni Agnelli in bianco e nero”.

Era l’Avvocato più famoso d’Italia pur non essendo strettamente un uomo di legge. Non era un attore ma il suo volto era sulle copertine patinate di mezzo mondo. Certamente era un grande comunicatore di sé stesso. Un influencer ante litteram, ma inafferrabile e defilato. È d’accordo?

“Sì, sono perfettamente d’accordo con queste definizioni: lui era chiamato Avvocato ma – come dirà all’arcivescovo di Torino, il cardinale Poletto – era solo un nome d’arte. E, in effetti, è stato un artista in tutti i sensi a cominciare dal fatto che era un profondo conoscitore d’arte. Montanelli dirà di lui che aveva pure l’arte di servirsi degli altri. Lui faceva lavorare i suoi principali collaboratori ma dietro c’era sempre lui e, nel momento delle grandi decisioni, interveniva direttamente. In realtà, era proprio un grandissimo comunicatore (politica compresa) ed è riuscito a farsi percepire come il personaggio carismatico che, più degli altri, è stato capace di risollevare l’Italia dalle macerie del dopoguerra fino agli anni del boom economico.  È stato l’imprenditore ‘numero uno’: per certi versi, ha anche anticipato i tempi (è il caso dell’internazionalizzazione della Fiat) e ancora oggi è un modello tra gli imprenditori (e non solo). Un modello del ‘made in Italy’ e, in tal senso, come lo definiva Kissinger, è stato anche un patriota”.  

L’orologio sopra il polsino della camicia un vezzo non propriamente da arbiter elegantiarum. Oppure sì?

“Nelle intenzioni di Gianni Agnelli l’orologio sul polsino della camicia era solo un modo per cercare non sporcare il polsino, ma poi quell’orologio in evidenza era diventato una moda imitata da tutti e lui, a quel punto, l’ha cavalcata. Ancora una volta lui era il vero arbiter elegantiarum.  La sua governante inglese quando era bambino, miss Parker, gli diceva sempre ‘Don’t forget you are an Agnelli’ e lui, in tutta la sua vita, ha sempre cercato di procedere con una marcia in più rispetto agli altri. È stato davvero un re anche dopo la caduta della dinastia Savoia. Federico Fellini, il padre di ‘Amarcord’, diceva sempre di lui: ‘mettigli una corona in testa, mettilo su un cavallo, è un re’. È diventato un’icona in tutti i sensi (non solo per le sue tante ‘love stories’) e ancora oggi lo è e non solo nel mondo dell’industria”.   

Quale fu il rapporto di Gianni Agnelli con i giornali e i giornalisti?

“Gianni Agnelli è stato un grandissimo comunicatore e quindi aveva un rapporto speciale con diversi potenti della terra e con tante grandi firme, senza considerare che è stato lui stesso azionista di alcuni quotidiani. È stato davvero un personaggio con luci e ombre. La sua vita è pure disseminata da dolori, incidenti d’auto e tragedie, ma con il suo aplomb e con le sue doti di comunicatore, ha avuto veramente una marcia in più. È stato legato in particolare a Montanelli e quando il maggior testimone del Novecento lasciò ‘il Giornale’, l’Avvocato gli offrì la guida del ‘Corriere’, con Paolo Mieli che si dichiarò pronto a dargli la poltrona da direttore, ma la trattativa non andò in porto perché Indro voleva portare con sé tutti i suoi ‘ragazzi’, i colleghi del Giornale, che intendevano seguirlo: una cinquantina. Quella trattativa non andò in porto ma, tra i due, l’amicizia restò salda”.  

Al vertice di Fiat sono finite sempre le generazioni dispari. Mai quelle pari. La morte del figlio Edoardo, come ricorda Jas Gawronski, fu un colpo durissimo.
“La vita di Gianni è stata anche disseminata dalle tragedie. Il padre, Edoardo, perì in un incidente aereo, a bordo di un idrovolante, e il figlio, Edoardo junior, morì buttandosi da un dirupo con la sua auto. Jas Gawronski, forse l’amico più vero di Gianni, ha raccontato gli attimi, tremendi, quando Agnelli seppe della morte del figlio. Da quella disgrazia non si riprese mai più. E anche per quegli eventi luttuosi, le generazioni pari degli Agnelli – la seconda e la quarta – non hanno mai preso le redini dell’azienda”.

C’è qualcuno oggi che all’interno della famiglia può raccoglierne il testimone dal punto di vista del prestigio e del carisma? E fuori dalla famiglia, pensando allo star system imprenditoriale di casa nostra?
“Anche se John Elkann ha raccolto bene il testimone del nonno, non ha il carisma di Gianni Agnelli: i tempi sono cambiati, così come è cambiata la Fiat che, negli anni dell’Avvocato, è stata un modello del ‘made in Italy’ per molti aspetti, a cominciare dai rapporti con i sindacati. Sì, l’Avvocato è stato un precursore, un pioniere imprenditoriale della fine del Novecento. Oggi abbiamo voltato pagina e soprattutto lo scenario industriale, internazionalizzazione in primis, è molto diverso. Diventa quindi particolarmente difficile fare raffronti tra le figure imprenditoriali di oggi e quelle di ieri. Anche per questo, a cent’anni dalla nascita, la figura di Gianni Agnelli – compresi gli aspetti negativi, quelli in nero – resta davvero unica”.

intervista di Generoso Verrusio pubblicata su FARE News

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