di Silvia Conforti
Con Cielo sporco, Gianluca Di Feo racconta come la guerra in Ucraina sia diventata il laboratorio della più grande trasformazione tecnologica del nostro tempo. Dai droni guidati dall’intelligenza artificiale alle nuove forme di potere esercitate dalle grandi aziende tecnologiche, il libro mostra come il futuro immaginato dalla fantascienza sia già realtà. Un’inchiesta che va oltre il racconto del conflitto e riflette sulle conseguenze etiche, politiche e umane di un mondo in cui le macchine prendono decisioni sempre più cruciali.
Il titolo del libro riprende un’espressione usata dai soldati ucraini: cielo sporco. Quando ha capito che non descriveva più soltanto un campo di battaglia, ma il mondo in cui stiamo entrando?
È stato il confronto con una persona di enorme cultura come Marco Belpoliti a rendermi consapevole di essere davanti a una trasformazione epocale, che andava ben oltre l’evoluzione bellica. Io ho seguito l’introduzione dei droni sui campi di battaglia dal 2001, sin dall’esordio dei primi velivoli teleguidati americani Predator diventati subito i protagonisti della “guerra globale contro il terrorismo”: li ho visti in azione in Afghanistan, in Iraq e in Libia. Nel 2024 un lungo viaggio in Ucraina mi ha messo davanti alla nuova realtà, con migliaia di macchine senza equipaggio che dominavano cielo, mare e si stavano diffondendo pure sul terreno. Questo colossale carosello di robot guerrieri viene permesso da sistemi di intelligenza artificiale che elaborano dati in quantità e rapidità che gli esseri umani non sono in grado di gestire: una rivoluzione che sta già condizionando tutta la nostra vita e lo farà sempre di più. La guerra in Ucraina è stata una sorta di Big Bang, che, in maniera violenta e rapidissima, sta generando un nuovo mondo.
Lei scrive che siamo entrati nell’era delle “macchine assassine”. Qual è stato il momento in cui ha capito che non si trattava più di uno scenario da fantascienza, ma della realtà?
Nell’ottobre 2024 ho visitato, nella città ucraina di Dnipro, un centro di riabilitazione per i mutilati del conflitto. Lì ho scoperto una statistica agghiacciante: il 60 per cento delle vittime erano causate dai droni. Un dato all’epoca inedito e sconvolgente: in due anni si era passati da una guerra combattuta con armi tutto sommato tradizionali, come i tank o l’artiglieria, a una realtà completamente nuova in cui erano i droni a decidere le sorti della battaglia. In quel periodo cominciavano a essere introdotti i primi sistemi pilotati dall’intelligenza artificiale, che identificava i bersagli e decideva autonomamente di uccidere. Oggi russi e ucraini producono milioni di queste macchine assassine, che provocano il 90 per cento delle vittime. Soltanto sul fronte sud, che va dal Donbass alla foce del fiume Dnipro, l’esercito di Kiev “consuma” ogni giorno 3500 quadricotteri-bomba: vuole dire che ne lanciano oltre 100 mila al mese.
Uno dei passaggi più inquietanti del libro riguarda l’intelligenza artificiale: non più uno strumento che assiste l’uomo, ma un sistema a cui viene affidato il compito di individuare i bersagli e, sempre più spesso, decidere chi uccidere. È questo il confine che non avremmo mai dovuto superare?
La guerra in Ucraina sta abbattendo ogni barriera tecnologica ed etica con una velocità incredibile: la competizione tra i due Paesi, che hanno una competenza scientifica e industriale altissima oltre a contare sul sostegno di grandi potenze, fa entrare in campo ogni sei mesi una nuova generazione di robot che vengono prodotti in centinaia di migliaia di esemplari. La lotta per sopravvivere e distruggere il nemico non conosce confini di sorta e ormai i killer guidati dall’intelligenza artificiale sono i protagonisti dei combattimenti. La comunità internazionale non è stata in grado di varare una regolamentazione e adesso abbiamo davanti un far west in cui conta solo la legge del più forte. Il problema è che le innovazioni generate da questo conflitto stanno dilagando in tutto il mondo: non solo l’AI guida la caccia agli uomini ma abbiamo visto un’intera guerra, quella scatenata dagli Stati Uniti contro l’Iran, interamente pianificata da un sistema di intelligenza artificiale che ha identificato migliaia di obiettivi e deciso chi e come doveva colpirli. Come è stato spiegato in una conferenza stampa del Pentagono, l’essere umano si limita ad approvare la decisione dell’algoritmo o a chiedergli un’ipotesi alternativa: non ha più il controllo dell’uso delle armi.
Nel libro emerge un paradosso: la guerra diventa sempre più tecnologica, ma anche sempre più accessibile. Oggi un drone può essere utilizzato da un esercito, da un gruppo terroristico o perfino dalla criminalità organizzata. È questa democratizzazione della guerra la vera rivoluzione?
Uno degli aspetti è la facilità d’uso dei droni, che si guidano come videogiochi: i comandi sono ispirati a quelli dei videogame più popolari, favorendo l’arruolamento di piloti-ragazzini che hanno meno di venti anni. Sono i nuovi soldati, che passano dalle partite virtuali nel salotto di casa a identiche console dove fanno vere stragi. Inoltre, i modelli di droni più semplici, ma comunque con un contenuto tecnologico elevato, possono essere costruiti ovunque usando le stampanti 3D o modificando quadricotteri commerciali acquistati online. Si tratta di armi a basso costo: gli ucraini pagano un quadricottero killer 400 euro; un drone Shahed-Geran russo che colpisce a duemila chilometri di distanza costa meno di ventimila euro. Queste due caratteristiche stanno favorendo il dilagare dei droni, ormai usati in modo massiccio nelle guerre civili africane o dai cartelli della droga messicani e colombiani. Quanto ai terroristi, l’Isis è stato il primo a intuire la potenzialità di questi ordigni: ha creato scuole per i piloti e laboratori per la produzione. Siamo davanti a una rivoluzione, superiore a quella determinata alla fine del Medio Evo dall’introduzione della polvere da sparo: chiunque può dotarsi di un arsenale di droni, contro i quali oggi non esistono difese efficaci. Non parlerei di democratizzazione, perché il termine ha una valenza positiva: è come un’epidemia, per la quale non sono stati ancora sviluppati antidoti e che miete vittime con una crescita esponenziale.
Racconta come, accanto agli Stati, siano diventate protagoniste aziende tecnologiche e imprenditori che influenzano direttamente gli equilibri militari mondiali. Stiamo assistendo a un trasferimento del potere dalla politica a chi controlla la tecnologia?
Ci sono aziende della Silicon Valley che hanno trasformato i loro laboratori dallo sviluppo di algoritmi e piattaforme digitali per fare business alla creazione di armi guidate dall’intelligenza artificiale. Sono una sorta di “Nuovo Testamento” del business bellico che sta cambiando la natura dell’industria militare. Queste aziende sono in grado di raccogliere capitali enormi senza passare dalla Borsa, creare filiere produttive colossali e hanno un’influenza senza precedenti sulla Casa Bianca. Il caso più noto è Palantir, fondata da Peter Thiel che è stato tra i principali finanziatori delle campagne di Donald Trump e ha costruito una relazione profonda con J. D. Vance sin da quando l’attuale vicepresidente frequentava l’università. È un’azienda che ha una sua visione politica e proclama di voler rivoluzionare la democrazia in tutto l’Occidente secondo un’impostazione di forza basata sulla tecnologia. Ma tanti si stanno muovendo sulla scia: cito solo il caso di Erich Schmidt, l’ex ceo di Google che adesso produce i droni pilotati dall’Ai determinanti per l’offensiva ucraina contro la Russia lanciata dalla primavera 2026. Sono le sue creature che stanno mettendo alle corde Vladimir Putin, e questo fa capire l’influenza politica di chi le costruisce.
Le regole della guerra sono nate per limitare la violenza dell’uomo. Come si regolamenta un conflitto in cui una parte delle decisioni viene affidata agli algoritmi?
Basterebbe riprendere in mano i libri di Isaac Asimov, che aveva teorizzato le “leggi della robotica” per impedire che le macchine autonome diventassero strumenti di morte. Asimov le ha elaborate negli anni Quaranta per libri considerati di fantascienza mentre in realtà ci ha donato una lezione preziosa sui rischi che l’evoluzione tecnologica poteva generare. Oggi temo che l’umanità non si renda conto del vortice in cui la “dronizzazione” delle guerre ci sta trascinando. I sistemi di gestione dei conflitti guidati dall’intelligenza artificiale – come Maven di Palantir usato dagli Stati Uniti per condurre la guerra contro l’Iran – mettono ai margini il ruolo degli ufficiali in carne e ossa: i generali si limitano ad approvare le scelte degli algoritmi, che hanno deciso oltre 30 mila bombardamenti in un solo mese. Cosa accadrà quando a questi sistemi verrà affidato il controllo degli arsenali nucleari?
Alla fine del libro lascia al lettore una domanda che va oltre la guerra. Se oggi deleghiamo sempre più decisioni alle macchine, qual è la responsabilità che rischiamo di perdere come esseri umani?
Io appartengo a una generazione che ha vissuto una meravigliosa stagione di pace e ha sempre considerato l’innovazione tecnologica come un fattore di progresso che migliora le condizioni dell’umanità. Il problema è che l’introduzione dell’intelligenza artificiale sta avvenendo senza regole e con una rapidità mai vista prima. Non c’è la consapevolezza di quanto sia profonda la trasformazione in corso e non ci sono le competenze per impedire che questi sistemi prendano il sopravvento sull’uomo: siamo davanti a una rivoluzione senza precedenti e l’accettiamo passivamente. Il motore di questa corsa è solo la ricerca del profitto, senza che le classi dirigenti – e politiche – nazionali e internazionali cerchino di governare la metamorfosi sociale prodotta dall’era dell’intelligenza artificiale. È un mondo nuovo che viene costruito da macchine che sanno già decidere e aggiornarsi da sole. Ci sono poche voci che hanno denunciato il grande pericolo dell’Ai priva di limiti: la più lucida è l’enciclica di papa Leone XVI, che non a caso si intitola Magnifica Humanitas: parole di una lingua del passato che mettono in guardia sui rischi del futuro.
