Dallo stato di salute del giornalismo al rapporto tra informazione e democrazia, fino agli scenari politici internazionali. Sono questi i temi al centro delle domande che Alberto Faustini, presidente della giuria tecnica del Premio Estense, e Tiziana Ferrario, conduttrice della 62^ edizione, hanno rivolto a Monica Maggioni, giornalista, conduttrice televisiva e dirigente d’azienda, vincitrice del 42° Riconoscimento Gianni Granzotto – “Uno stile nell’informazione”, durante la cerimonia finale del Premio Estense, che si è tenuta lo scorso 26 settembre al Teatro Comunale “Claudio Abbado” di Ferrara.
Hai ricevuto il 42° “Riconoscimento Gianni Granzotto. Uno stile nell’informazione”. Partendo proprio da questo concetto e considerando la tua lunga esperienza nel mondo dell’informazione, che ti ha vista ricoprire ruoli diversi, da inviata a direttrice, come valuti oggi lo stato di salute del giornalismo?
Io penso che in questo momento ci siano ancora luoghi in cui dipende da noi quanto scegliamo di fare giornalismo in modo serio. E fare giornalismo in modo serio significa anche, come è stato detto più volte oggi pomeriggio, farlo in modo verticale, profondo. Significa decidere che, anche se schierarsi con una squadra o con l’altra porterebbe più like e più ascolti, si sceglie invece di andare in profondità nelle cose.
E quando vai in profondità, poi una posizione la devi prendere per forza, ma dopo. Dopo che hai studiato, dopo che hai capito.
Questo è ancora un luogo privilegiato, dove i giornalisti possono decidere di essere giornalisti fino in fondo. Poi ci sono luoghi del mondo in cui questo è sempre stato impossibile e altri in cui non avremmo mai creduto potesse diventarlo, ma sta accadendo.
Penso, per esempio, agli Stati Uniti, oppure a quanto accaduto sull’aereo del Papa, quando ha detto ai giornalisti: «Voi siete i benvenuti», proprio perché alcuni di loro erano stati cacciati dalla Casa Bianca.
E allora questo ci deve far riflettere. Perché gli spazi si restringono, i contesti cambiano e non sono più soltanto le autocrazie oscurantiste a prendersela con i giornalisti, ma anche quei Paesi che abbiamo sempre considerato luoghi in cui fare giornalismo era una cosa, tra virgolette, normale.
Esiste infatti un legame molto diretto tra la qualità della democrazia e la possibilità di raccontare. C’è un legame molto diretto tra la qualità della democrazia e la possibilità di andare in giro per i Paesi a fare il nostro lavoro.
Diversi rapporti recenti evidenziano un arretramento della democrazia nel mondo, spesso accompagnato da limitazioni alla libertà di espressione e da un crescente controllo sui media. Pensiamo, per esempio, alla Casa Bianca, dove si tende a dare spazio agli influencer a discapito dei giornalisti di testate come Associated Press, CNN o Politico. Non credi che tutto questo rischi di compromettere la qualità dell’informazione e, di conseguenza, di condizionare la formazione dell’opinione pubblica?
Sì. E poi c’è il prezzo che invece riguarda noi, il modo in cui decidiamo di interpretare questo lavoro. Quali erano i famosi tre verbi? Studiare, studiare, studiare. Continua a essere un punto di partenza fondamentale. E poi decidere di fare fatica.
Fare fatica significa anche scegliere di non dire: “Io la penso così ed è così, stai con me o stai contro di me”. Significa invece studiare, cercare di restituire il contesto, offrire alle persone la possibilità di informarsi e lasciare loro quello spazio di libertà nel quale possono farsi un’idea.
E poi c’è un’ultima cosa: andare a guardare. È l’unica cosa che nessuna intelligenza artificiale potrà sostituire. Certo, andare a guardare costa, perché mandare i giornalisti sul campo richiede risorse, mentre fare informazione all’interno degli studi televisivi è meno costoso.
Eppure, conosco sempre più ragazzi giovani che decidono di farlo da soli, correndo grossissimi rischi ed essendo pagati pochissimo, perché credono in questo lavoro. Ogni volta che ne incontro uno penso che ci sia ancora un po’ di speranza là fuori.
Questo non significa che dobbiamo smettere di chiedere che ci sia la possibilità di fare un giornalismo di qualità e adeguatamente retribuito. Ma significa che esistono ancora una passione, una voglia di raccontare e un amore per questo lavoro capaci di superare, alla fine, anche moltissime difficoltà.
In quale parte del mondo ti manderesti oggi come inviata? Se la Monica Maggioni di oggi, con tutta l’esperienza maturata nel corso della sua carriera, dovesse scegliere dove mandare la giovane Monica Maggioni agli inizi del suo percorso professionale, quale destinazione sceglierebbe?
Quest’estate sono tornata negli Stati Uniti come inviata e mi è corso un brivido lungo la schiena, perché quello che mi sono trovata di fronte, attraversando diversi luoghi del Paese, è il racconto di un’America che non è semplicemente quella del “profondo degli Stati Uniti”, ma è “l’altra America”, quella vera, quella dei grandi numeri. Un’America che continua a determinare scelte dalle quali dipendono gli equilibri di tutto il mondo.
Quello che ho osservato è che, accanto alle tradizionali strutture ideologiche e di partito, sta emergendo un altro collante, che funziona terribilmente bene e si chiama Dio. È una scorciatoia pericolosissima, sempre più presente e frequente, che ho incontrato a più riprese durante il mio viaggio.
Quell’America è pronta a sostenere un disegno molto più ampio, nel quale Trump è stato soltanto un passaggio, un pezzetto di un percorso destinato a proseguire. Non ho buone notizie oggi, ma è così. È un’America pronta per un futuro in cui le ragioni che hanno portato all’elezione di Trump diventano ancora più predominanti e in cui certi discorsi, che a noi sono sembrati estremi e borderline, rischiano di continuare ancora a lungo.
Il mio personalissimo sguardo sulle elezioni di midterm è che assisteremo certamente a una sconfitta di Trump in quanto tale. Perderà il controllo di una Camera del Congresso. Ma il punto è un altro: diventa estremamente importante riuscire a leggere quell’America sottostante, perché quella non cambierà dopo le elezioni. Ed è da lì che dipenderà ciò che accadrà nella prossima campagna elettorale e nel prossimo mandato presidenziale. È quell’America che rischia di determinare non soltanto il futuro della politica americana, ma anche gli equilibri globali per parecchio tempo.
L’America crede ancora nel sogno di questo Trump che diventa quasi ricco dal nulla. Però credo che su quel “soldi, soldi, soldi” si stia innestando qualcosa di più pericoloso: una componente identitaria che in America è sempre esistita, ma che per anni è rimasta carsica, riaffiorando a fasi alterne. Oggi, invece, sta raggiungendo un livello di coordinamento e organizzazione capace di mettere insieme il più bifolco di tutti con persone che possiedono miliardi nella Silicon Valley. Ed è proprio questo tipo di alleanze a diventare estremamente pericoloso.
Per questo vale la pena osservare attentamente ciò che sta accadendo, andare in profondità e cercare di comprenderlo, per non ritrovarci un giorno a dire che non ce ne eravamo accorti. Almeno accorgiamocene. Magari, per una volta, facciamo qualcosa prima nella storia.
