di Silvia Conforti
Con Invincibili, Nello Trocchia racconta l’evoluzione della mafia albanese, dalla crescita accanto alle organizzazioni criminali italiane fino alla conquista di un ruolo centrale nel narcotraffico internazionale. Un’inchiesta che va oltre il racconto della criminalità organizzata e riflette su omertà, migrazioni, potere e sul ruolo del giornalismo nel dare un nome a ciò che troppo spesso preferiamo non vedere.
Nel libro scrive che “l’omertà è sempre stata un dato sociale, non geografico”. Perché continuiamo a pensare che la mafia sia un problema di alcuni territori, quando la sua inchiesta dimostra il contrario?
Questo è un errore che viene commesso in maniera deliberata, perché negare la presenza delle mafie in determinati territori significa evitare di affrontare il problema. Se si continua a sostenere che città come Milano o Roma siano realtà a bassa densità mafiosa, si finisce per rimuovere non solo il fenomeno criminale, ma anche tutto ciò che gli ruota attorno: i rapporti con il mondo dell’economia, delle professioni, dell’imprenditoria e della politica.
Le mafie non sono criminalità comune. Hanno radicamento sociale, costruiscono relazioni e intrecci con pezzi della società. Contrastarle significa spezzare questi legami, investire risorse, competenze e volontà politica. Per questo, soprattutto quando non ci sono fatti di sangue che attirano l’attenzione, è più comodo ridimensionarne la presenza e lasciare che i flussi di denaro illecito si confondano con l’economia legale.
Anche l’idea che l’omertà sia un tratto geografico o culturale è profondamente sbagliata. L’omertà nasce quando il potere dello Stato arretra e viene sostituito da un altro potere, quello mafioso, che diventa riconosciuto e accettato. È una questione sociale, non territoriale. È accaduto nelle regioni tradizionalmente mafiose, ma anche nel Centro-Nord, dove per anni si è preferito negare il problema. Quel rifiuto di vedere ciò che stava accadendo ha finito per favorire il radicamento delle mafie.
Racconta come la mafia albanese sia cresciuta anche grazie ai rapporti con le mafie italiane. È questo l’aspetto che abbiamo sottovalutato di più in tutti questi anni?
Credo che il vero errore sia stato sottovalutare la mafia albanese. Siamo in ritardo di almeno vent’anni nella capacità di comprenderla e contrastarla. È successo anche con altre mafie, comprese quelle autoctone: penso ai Casamonica, che sono stati riconosciuti come organizzazione mafiosa solo dopo decenni di dominio criminale sul territorio.
La stessa sottovalutazione ha accompagnato la crescita della mafia albanese. È un’organizzazione che si è sviluppata anche grazie ai rapporti con le mafie italiane, dimostrando fin dall’inizio una grande capacità di interloquire con loro. Ha preso in gestione traffici che le organizzazioni tradizionali non volevano più seguire, come la prostituzione e il traffico di esseri umani, per poi diventare protagonista del narcotraffico. Dopo la caduta del regime comunista ha saputo sfruttare il caos del Paese, la disponibilità di armi e la disgregazione dello Stato, costruendo la propria forza su una parola chiave: affidabilità. Se a una cellula della mafia albanese viene affidato un carico o un incarico, lo porta a termine.
A questa caratteristica se ne aggiunge un’altra, fondamentale: la volatilità. Non è una mafia rigidamente piramidale, ma composta da cellule capaci di radicarsi in un territorio e poi dissolversi rapidamente, riemergendo altrove. È presente nei Balcani, controlla parti dei porti del Nord Europa, ha un ruolo nella guerra tra i cartelli in Ecuador e una presenza significativa nel Regno Unito. È una mafia internazionale, e proprio per questo molto più difficile da contrastare.
Le mafie italiane hanno una storia investigativa lunga decenni: se oggi una famiglia di ‘ndrangheta si sposta in Germania, gli investigatori possono ricostruirne rapidamente relazioni e precedenti. Con la mafia albanese questo patrimonio di conoscenze spesso non esiste e servono anni per capire chi si ha davvero di fronte. Ricordo una frase che mi disse un collaboratore di giustizia della ‘ndrangheta: “Noi siamo ormai scoperti, loro hanno ancora praterie”. Credo che descriva perfettamente il vantaggio di cui questa organizzazione continua a godere, un vantaggio alimentato anche dalla nostra capacità di sottovalutarla.
Gli “Invincibili” sono una mafia che nasce sul territorio ma riesce a costruire una rete globale senza perdere il senso dell’appartenenza. È questa la vera chiave della loro forza?
Credo di sì. La mafia albanese ha saputo conservare un fortissimo senso di appartenenza alle proprie origini, senza rinunciare alla capacità di adattarsi ai contesti in cui opera. È una caratteristica che emerge bene anche a Roma: gruppi come quello di Arben Zogu, detto Riccardino o il nano, si sono perfettamente integrati nel tessuto criminale della città, quasi “romanizzandosi”, ma senza perdere la propria identità. E quando è stato necessario, hanno saputo spostarsi altrove, lasciando sul territorio uomini e relazioni.
Questo legame con la terra d’origine resta molto forte. Nel libro racconto i ritorni a Valona, che non sono soltanto viaggi a casa, ma anche occasioni per esibire il potere e la ricchezza accumulati all’estero.
A rendere possibile questa espansione è soprattutto il narcotraffico, che genera enormi quantità di denaro. Da qui nasce l’altra grande forza della mafia albanese: la capacità di riciclare capitali e attrarre professionisti, sfruttando il potere corruttivo del denaro. È così che un’organizzazione criminale riesce a consolidarsi e a crescere su scala internazionale.
Nel libro la besa diventa molto più di una tradizione: è un codice che regola rapporti, fedeltà e potere. Quanto conta ancora oggi questo principio nella forza della mafia albanese?
La besa è uno dei tratti distintivi della mafia albanese. Nasce come valore della tradizione, legato all’onore, alla parola data e alla fedeltà, ma l’organizzazione criminale se ne appropria e la trasforma in un proprio codice. Un principio culturale diventa così uno strumento di potere.
Da questo deriva una delle caratteristiche che più colpiscono chi studia la mafia albanese: l’affidabilità. Nei sistemi criminali è un valore fondamentale. Essere affidabili significa rispettare gli accordi, portare a termine un incarico, pagare un carico di droga anche se viene sequestrato, mantenere il silenzio. È questo che permette di costruire rapporti solidi con altre organizzazioni criminali, dalla ‘ndrangheta ai cartelli sudamericani.
Le parole hanno un peso enorme. Così come in Italia la figura dell'”uomo d’onore” è stata svuotata del suo significato originario e assorbita dal linguaggio mafioso, anche la besa viene sottratta alla tradizione per diventare il collante dell’organizzazione. È un patto che crea appartenenza prima ancora che paura e che aiuta a spiegare perché la mafia albanese abbia avuto così pochi collaboratori di giustizia e sia riuscita a costruire nel tempo una reputazione di assoluta affidabilità.
Il libro si apre con un episodio che la riguarda da vicino: l’incontro sul treno con un uomo di cui aveva raccontato gli affari criminali. Quanto episodi come questo cambiano, per lei, il modo di fare giornalismo d’inchiesta?
Mi sono trovato in situazioni simili diverse volte, con livelli di tensione e paura differenti. Sono episodi che ti segnano, ma ti ricordano anche perché fai questo mestiere. Se scegli di raccontare e portare alla luce verità scomode, è inevitabile generare reazioni, conflitti, ostilità. C’è sempre qualcuno che vorrebbe spegnere quella voce, impedirti di scrivere.
Essere giornalista, almeno per me, non è qualcosa che si può mettere e togliere a seconda delle circostanze. A un certo punto diventa una seconda pelle, che finisce per confondersi con la prima. Non esiste un luogo in cui posso smettere di fare il giornalista o lasciare davvero fuori dalla porta il mio lavoro.
Episodi come questo ti ricordano anche i rischi che si corrono e cosa significa, ancora oggi, fare giornalismo d’inchiesta in questo Paese.
Nel prologo scrive che, a volte, si finisce per confidare più nella scelta di un criminale di non colpirla che nelle garanzie dello Stato. C’è stato un momento, durante questa inchiesta, in cui si è chiesto se valesse davvero la pena continuare?
Sì, me lo chiedo spesso. E quando succede finisco per cercare una risposta nei classici, in chi prima di noi ha riflettuto sul senso delle scelte. Penso spesso a Sofocle: nelle sue tragedie ci ricorda che ci sono decisioni che vanno prese a prescindere dalle conseguenze, anche quando farlo è estremamente difficile.
La domanda, però, non nasce solo dalle minacce o dalle aggressioni che ho subito. Nasce anche dalle querele temerarie, dagli ostacoli quotidiani, da tutto ciò che può farti dubitare del valore sociale di questo lavoro e chiederti se abbia ancora la stessa forza e la stessa utilità.
Alla fine, però, posso aggrapparmi solo alle mie scelte. È il modo in cui ho deciso di interpretare questa professione e, in fondo, il modo in cui ho scelto di stare nel mondo. Non saprei immaginarmi diversamente. Per questo la domanda “ne vale la pena?” continua ad accompagnarmi, e ogni volta provo a darle una risposta. Non so se un giorno quella risposta sarà definitiva, ma finora è stata sufficiente per continuare.
Alla fine del libro resta una domanda che va oltre la mafia albanese: è cambiata di più la criminalità organizzata o il nostro modo di guardarla?
La criminalità organizzata è cambiata profondamente. Si è modernizzata, si è adattata ai tempi ed è sempre meno un corpo estraneo alla società. Al contrario, vive dentro il tessuto economico e sociale, ne copia i meccanismi, li utilizza e li contamina. Oggi investe in criptovalute, società finanziarie e strumenti sempre più sofisticati. Gran parte dei proventi illeciti entra nell’economia legale e ciò che riusciamo a sequestrare rappresenta solo una piccola parte dei capitali che le mafie riescono a movimentare.
Il problema è che noi non siamo cresciuti con la stessa velocità. I livelli di consapevolezza si sono abbassati e anche il racconto mediatico fatica a stare al passo. Spesso continuiamo a parlare delle mafie del passato, mentre è molto più raro approfondire i rapporti attuali tra criminalità organizzata, economia, politica e professioni.
Su questo credo che il giornalismo abbia una responsabilità enorme. Pippo Fava diceva che un buon giornalismo evita la corruzione, evita le tragedie, evita perfino i morti per eroina. Il senso di quelle parole è semplice: il nostro compito è aumentare la consapevolezza delle persone, perché solo la conoscenza permette di comprendere la complessità della realtà.
Oggi, invece, troppo spesso si rinuncia a raccontare i poteri, compresi quelli criminali, perché significa esporsi a querele, minacce e problemi. Ma se smettiamo di raccontare il potere, tradiamo il nostro ruolo. Il dovere del giornalismo è continuare a farlo, perché sono proprio i poteri a determinare il presente e il futuro delle persone.
C’è un aspetto del libro o un messaggio che ritiene importante e che non abbiamo toccato, ma che le piacerebbe emergesse da questa intervista?
Vorrei sottolineare un aspetto che considero fondamentale. Spesso la mafia viene trattata come uno dei tanti temi di cui occuparsi. In realtà, dentro la mafia ci sono molti altri temi: lo sfruttamento dei corpi, la violazione dei diritti umani, le migrazioni, la violenza sulle donne, il rapporto tra criminalità ed economia.
La mafia albanese che racconto in Invincibili nasce anche sul mare, lungo quella rotta che separa l’Albania dalle coste pugliesi. La criminalizzazione delle migrazioni e la scelta di affrontare quel fenomeno esclusivamente come un problema di ordine pubblico hanno finito per consegnare interi pezzi di quel traffico alle organizzazioni criminali, che proprio così hanno costruito una parte della loro forza. Alcuni degli uomini che oggi guidano la mafia albanese, all’inizio, organizzavano gli sbarchi con i gommoni.
Ma questo è anche un libro di resistenza. Racconto la storia di una donna che ha attraversato il comunismo, la guerra civile, un capitalismo feroce e lo sfruttamento dei corpi, e che mi ha restituito una testimonianza preziosa su ciò che quelle trasformazioni hanno significato per tante persone.
La mafia non è un corpo estraneo alla società. Vive dentro le nostre città, attraversa l’economia, incrocia le nostre vite e le nostre scelte. È questo il messaggio che mi interessa lasciare: non possiamo pensare che sia un problema che riguarda sempre qualcun altro. Dobbiamo occuparcene, perché altrimenti saranno le mafie a continuare a occuparsi di noi.
